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Sviluppare in Team

13 febbraio 2009

Vai al quaderno websapienzaCome e’ cambiato il modo di lavorare dei programmatori? Prima era un lupo solitario che scriveva da solo il codice, ora si lavora su oggetti gia’ pronti e precostituiti, su risorse condivise e pure in progetti comuni come avviene su Source Forge.

Intrecciare capacita’ comunicativa ed attitudine all’interazione con gli altri trasformando le attività di alto livello intraprese dai singoli in risultati di eccellenza qualitativa e’ il fine a cui ispirarsi.

La rete propone numerosi strumenti collaborativi che hanno reso tutto ciò fattibile. Il vantaggio è che anche progetti enormi possono essere sviluppati con il contributo di persone che non si dedicano ad essi a tempo pieno, ma che comunque possono dare un loro contributo. Sourge force è un chiaro e fulgido esempio. Quindi si, è cambiato il modo di sviluppare, è cambiato il modo di usare il software. Ci stiamo abituando ad interagire di più con altri programmi, con altri oggetti, con altri dati e con altre persone.
Per meglio comunicare e collaborare tra di loro, gli sviluppatori, possono prevenire quei latenti malintesi che comportano un senso di distanza che può montare malumori tra i componenti del team.

Dall’articolo: “Team Virtuali – Le Basi di un Team di Successo” di Mario Gastaldi  esperto di team building e di sviluppo delle organizzazioni, posso citare alcuni preziosi consigli per aiutare a risolvere i problemi legati alla comunicazione online nei gruppi di lavoro.

Per facilitare l’interazione occorre:

  • Selezionare gli obiettivi in maniera inequivocabile concordandoli con tutti i componenti del team. Per fare questo sono preferibili conversazioni aperte in cui i partecipanti possono esprimere liberamente il proprio pensiero. Definiti gli obiettivi cui mirare, i componenti del team si sentono partecipi delle decisioni e dei risultati ottenuti;
  • Instaurare un rapporto di fiducia tra tutti i componenti del team virtuale. Sia il responsabile che i collaboratori del progetto devono dimostrare di meritare la fiducia degli altri, impegnandosi a rispettare tutti gli impegni assunti, in questo modo ogni componente del team virtuale non avrà timore ad esporsi anche chiedendo soccorso agli altri in caso di necessità;
  • Comunicare è molto importante e tutto il team deve partecipare alla discussione, in particolar modo alla definizione degli obiettivi, risultati e modalità. Nella comunicazione occorre autoregolamentare la critica ammettendo solo quella “costruttiva”, ma anche il dissenso, questo può essere dannoso quando emergono stili personali di comunicazione che tendono ad attaccare uno o più componenti del team;
  • Incontri offline tra i componenti del team possono essere un collante per il gruppo;
  • Creazione di standard condivisi tra i componenti del team che devono essere rispettati: es. reply email entro sei ore, reperibilità online in una fascia oraria prestabilite, etc.;

Tutti questi aspetti fanno parte anche dei team tradizionali, ma i team virtuali devono affrontare difficoltà più grandi. La tecnologia aiuta molto, ma la sfida resta sempre quella di riuscire a sviluppare relazioni interpersonali valide che facciano sentire i componenti di un team virtuale consapevoli del lavoro da svolgere per ottenere risultati soddisfacenti.

Come valuti questo nuovo modo di lavorare e come lo valutano i colleghi con cui sei in contatto?

4 commenti
  1. 16 febbraio 2009 11:23 am

    Le regole che evidenzia Mario Gastaldi sono, come si dice, sacrosante e sono comuni a tutti i gruppi di lavoro, team di progetto strategico o task force di intervento tattico che siano.
    Ciò contro cui queste regole il più delle volte si scontrano è l’autodifesa di chi rovescia il motto fondamentale del KM: non “la conoscenza è potere” (Francis Bacon) ma “la condivisione della conoscenza è potere” (David Skyrme). Se non c’è volontà né desiderio di comunicare e condividere, non c’è sistema di KM che tenga: ciascuno continuerà a far da sé, sostanzialmente per paura dell’altro. Tempo fa, un progetto di KM avviato all’Università di Bologna partì, prodromicamente, con formazione alla comunicazione tenuta da uno psicologo sociale, ed ebbe gran successo tra il personale. E’ la strada giusta. Qualcuno tra quel personale effettivamente cambiò il suo modo di rapportarsi con gli altri nella comunità (in sostanza, perché cambiò il modo di rapportarsi con se stesso…).
    La resistenza al cambiamento si alimenta anche con la resistenza alla comunicazione. Far sì che il gruppo condivida conoscenza (e quindi, anche, emozioni e sentimenti) significa che ciascuno deve essere disposto a mettere in piazza se stesso. E’ còmpito del knowledge manager far sì che questo sia possibile. Scienza e arte… e non è per niente facile né privo di fatica.

  2. 16 febbraio 2009 11:31 am

    E aggiungo: giustamente le regole suddette comportano una gran fetta di comunicazione interpersonale a faccia faccia, in presenza: ore di “chiacchiere” per niente inutili come, spesso, i programmatori autistici ritengono. E ce ne sono molti anche da noi…

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