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Caro Vecchio Web 2.0

14 ottobre 2009

Vai al quaderno websapienzaUna delle critiche ai sostenitori del cosiddetto web 2.0 sia da parte dei tecnici più incalliti che da parte degli umanisti più disincantati è quella che lo dipinge come ennesima ondata modaiola. Hype per dirla all’americana.

Una quota parte di clamore c’è, è indubbio ma a mio modo di vedere, e credo di averlo già scritto in passato, di nuovo nel web 2.0 non c’è molto e allo stesso tempo c’è tutto.

C’è poi l’adagio  che chi lascia la via certa per quella nuova non sa mai quello che trova. Meglio mantenersi sui media tradizionali non si sa mai.

Vorrei a questo proposito proporre una visione che mira a superare il dualismo tradizionale/innovativo che, a mio giudizio, non ha permesso fino ad oggi di cogliere a pieno le potenzialità della evoluzione del mondo in senso digitale.

Il web 2.0 è innovativo solo nella sua diffusione di massa. Da un punto di vista tecnologico risposa su tecnologie più che mature. (Il protocollo TCP/IP ha oltre vent’anni).

Il “nuovo” paradigma sociale, in realtà, riporta internet ai suoi albori, a prima dell’avvento del World Wide Web. La rete è nata per collaborarare e condividere informazioni e processi sociali; la differenza (e la novità) rispetto al passato è che allora, la sua diffusione, era ad appannaggio di una elite di tecnici; oggi è a disposizione di milioni di persone. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

Sperimentare il web 2.0 non richiede ingenti risorse economiche (la maggior parte dei servizi è gratutita) ma piuttosto risorse organizzative e culturali. In particolare competenze relative alla produzione, gestione e valorizzazione di contenuti e una maggior orientamento all’apertura e alla trasparenza da parte di chi detiene le informazioni.

In questo senso puntare sul Web 2.0 significa cogliere una doppia opportunità. Valorizzare un patrimonio e allo stesso tempo aumentare la trasparenza ed i servizi. Mi ricorda quasi il principio di trasparenza e del diritto di accesso.

La produzione di informazioni e dei contenuti, dal canto suo, anche di quelli destinati ai media tradizionali è oggi già digitale. La sua esposizione su diverse piattoforme e supporti implica costi bassi per non dire trascurabili. Non si capisce perchè debba resistere quindi una divisione terminologica che nella realtà non esiste. I bit non si possono discriminare (fino a quando non aboliranno la net neutrality).

La convergenza digitale rende più sfumato anche il confine tra comunicazione interna ed esterna. Organizzare le informazioni  “grezze” e di prima mano, filtrarle e pubblicarle grazie all’affermarsi di tecnologie per il lavoro collaborativo è diventato più semplice, rapido e meno costoso.

Anche in questo caso si tratta di cambiare mentalità e organizzazione del lavoro più che investire in tecnologie.

Quindi la resistenza al web 2.0 assomiglia più ad una resistenza al cambiamento delle proprie abitudini che ad una vera e propria barriera tecnologica. O no?

One Comment
  1. fcarnera permalink
    15 ottobre 2009 10:29 am

    A me non spaventa la resistenza o per usare un termine piu’ ‘politico’…la reazione, quello che temo (insomma che mi delude) è la passività e l’ignoranza. Perchè con noi o senza di noi il nuovo paradigma andra’ avanti.

    Siamo noi (inteso come organizzazione) che resteremo indietro mentre il mondo intorno cambia.

I commenti sono chiusi.

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