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Come uno straniero in terra straniera

20 settembre 2010

Il prof. Armando Gnisci decide di andare in pensione e si rivolge ai suoi studenti.

E siccome viviamo

in un’epoca in cui la menzogna, la volgarità e l’oblio informano la comunicazione e formano addirittura la nostra educazione

decide di farlo su Facebook. Ed è ripreso da alcuni blog. Riportiamo integralmente la lettera. La pubblichiamo. Pensiamo che preferisca che sia diffusa così

Cari Studenti,

bentornati, e benvenuti ai nuovi iscritti.

Dal primo novembre del 2010 non mi troverete più tra i vostri docenti, perché ho deciso di andare in pensione anticipatamente dando le dimissioni volontarie dall’università.

Ci tengo a comunicarvi ufficialmente e sinceramente questa notizia perché sappiate con chiarezza e certezza il motivo della mia sparizione. Viviamo, infatti, in un’epoca in cui la menzogna, la volgarità e l’oblio informano la comunicazione e formano addirittura la nostra educazione.

Continuo altrove e altrimenti a lavorare per la giustizia e la compassione mediante il sapere umanistico.

Vi saluto assicurandovi che l’unica parte dell’università dalla quale non mi sono dimesso è la vostra. Anche se non mi avrete mai incontrato e conosciuto.

La parte migliore della mia lunga carriera accademica è segnata, infatti, dai 4 anni di formazione in Filosofia presso la nostra Facoltà, dal 1964 al 1968. Allora ho vissuto la sapienza come un convivio e una famiglia. Nella educazione alla conoscenza con gioia, rispetto e speranza. Insieme ai miei indimenticabili compagni di studio e ai nostri maestri. Voglio ricordarvi i nomi per me più importanti tra loro: Emilio Garroni, Guido Calogero e Tullio De Mauro; Santo Mazzarino e Arsenio Frugoni; Giulio Carlo Argan e Walter Binni.

Poi, per quaranta anni, ho vissuto la professione accademica come uno straniero in terra straniera. Tanto che mi sono sentito più ad agio nelle università spagnole e egiziane, statunitensi e slovacche, giapponesi e argentine, che in quelle patrie.

È per questo motivo che considero ancora, e sempre, la condizione studentesca come quella più fortunata nell’università. E perciò ho sentito in questi anni voi come i miei veri colleghi.

Anche se proprio per voi, è diventato sempre più difficile vivere questo luogo come sede della conoscenza, della familiarità, del rispetto e della gioia.

Vi chiedo, in ultimo, di non perdere speranza, in voi stessi e nella comune repubblica, che sembra tramontare sull’orizzonte civile degli italiani, invece che venirci incontro come “il sole dell’avvenire”. Sappiate che solo voi potete ogni volta che lo vogliate far risorgere il desiderio e il fervore di un “brave new world”, come scrive Shakespeare ne La Tempesta. L’utopia di un “meraviglioso mondo nuovo”, al quale tutti abbiamo diritto. E per il quale serviamo noi letterati: per poterlo immaginare e tradurre. E per indicarlo come il valore finale di una educazione che non può finire mai, come ci hanno insegnato i nostri antenati latini.

Scrivetemi, se volete. Vale.

armando gnisci

One Comment
  1. 20 ottobre 2010 3:19 pm

    Intervista sul Giornale di Lettere e filosofia

    http://www.letterefilosofia.it/2010/10/intervista-al-prof-armando-gnisci/

I commenti sono chiusi.

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