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Decantare

22 novembre 2010
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Torno su un argomento affrontato un po’ di tempo fa: la distanza tra le nuove pratiche di comunicazione (web2.0 et similia) e l’università.

Perdonate l’autocitazione (fatta per chiarezza e non per vanità): si sosteneva la distanza tra le pratiche proprie delle conversazioni elettroniche e la vita universitaria. Dai contenuti generati dagli utenti (UGC), alla saggezza delle folle, alle conversazioni a-gerarchiche.

È passato un anno da queste considerazioni e – francamente – non mi pare di aver trovato molti elementi per cambiare idea. L’osservazione delle esperienze di altre università non ha fatto che rafforzare la mia convinzione.

Ritardo? Arretratezza culturale? Mancanza di investimenti? Pressioni reazionarie? Può essere. Ma se alla radice di tutto ci fosse altro? Se le complesse relazioni umane, culturali e politiche presenti nell’università avessero bisogno di un’azione di decantazione, di salti quantici per poter esprimere la loro azione? Certo, noi tifosi della trasparenza e della partecipazione soffriamo nel non riuscire a cogliere i conversari di chi decide e dispone; vorremmo che tutto fosse accessibile e partecipato. Vorremmo che un accordo sindacale, uno statuto, un progetto informatico, l’oggetto di una ricerca scientifica fosse contenuto in un immenso wiki. Ma così non è.

E allora: dov’é lo spazio per la discussione e la partecipazione? Dovremmo lasciar perdere e aspettare che qualcuno decida al posto nostro? No, si può contribuire alla creazione di un’opinione più attenta e più consapevole (agire nel cosidetto ecosistema), è possibile colmare – con la discussione e gli approfondimenti – i vuoti temporanei dell’organizzazione (elezioni, incertezze, assenza di proposte), è possibile criticare l’esistente per migliorarlo. In una parola, ascoltare e essere ascoltati. I mezzi ci sono.

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