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Ancora sulla produttività collettiva

17 gennaio 2011
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La nostra segnalazione sulla cosiddetta Produttività Collettiva alla Sapienza (la remunerazione legata alla realizzazione di obiettivi da parte di gruppi di lavoro) ha generato alcuni commenti:

Luther BlissetL’idea di lavoro collettivo ha fatto venire in mente – ad una nostra lettrice – Luther Blisset: un’identità collettiva – attiva negli anni 90 – autrice di operazioni culturali tese a farsi beffe dei meccanismi dell’industria culturale e dell’informazione.

Un altro commento è diretto: a me sembra che sia una gattopardesca farsa per cambiare tutto senza cambiare niente.
A essere rigorosi, la citazione del Gattopardo è: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, Copertina della prima edizione tascabile Feltrinellibisogna che tutto cambi”. Letta in questo modo risulterebbe un bell’attestato di intelligenza dei firmatari dell’accordo che pensano così di passare coi ‘piemontesi’ per mantenere privilegi e prebende del regime borbonico. Più suggestivo no?

Il nostro articoletto ha suscitato l’interesse del Giornale di Lettere e filosofia. Interessante nel merito ma anche nelle intenzioni: le vicende contrattuali del personale universitario interessano direttamente gli studenti a cui dobbiamo la ragione vera del nostro lavoro e dei nostri ‘obiettivi’. L’articolo giustamente rileva l’effetto anticipatorio dell’accordo (dopo lo Statuto pre-Gelmini). L’autore, Michelangelo Pecoraro si chiede:

come sarà possibile assegnare a tranche un incentivo legato alla realizzazione di obiettivi “chiari” e “verificabili” che favoriscano “l’incremento dei servizi”? Il problema viene risolto, sulla carta, grazie all’inserimento di verifiche intermedie in coincidenza con l’assegnazione dei fondi, ma in pratica sembra di poter capire che difficilmente saranno negati questi incentivi e, qualora fossero negati, sarebbe solo in caso di estrema negligenza di un gruppo.

allegoria del silenzioHo scritto ad alcuni colleghi che riconosco per il loro impegno sindacale e istituzionale segnalandogli le critiche e i dubbi sollevati: fin’ora nessuna risposta. C’é una specie di pudore nel parlare apertamente di questi provvedimenti…chissà perché. Un atteggiamento forse dettato dalla prudenza e dall’idea che parlare di queste cose significhi ‘bruciare’ i termini dell’accordo favorendo un’applicazione più restrittiva a danno del lavoratore.

Io penso invece che parlarne apertamente, definire protocolli e modalità favorirà il lavoro dei gruppi, permetterà di verificare in modo rigoroso (ma giusto) i progressi compiuti per migliorare la qualità dei servizi.

Noi continuiamo a insistere.

Aggiornamento 28.01.2010

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