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Sapienza & IT

14 febbraio 2011
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Oggi si è tenuto un incontro con tutto il personale Infosapienza, il centro di programmazione e di sviluppo tecnologico, finalizzato al supporto della Information Communication Technology della “Sapienza” [Art. 20 dello Satuto]. Sono state illustrate le finalità, i progetti e la programmazione dei prossimi anni.
Pensando all’incontro mi sono venute fuori una serie di questioni che mi piacerebbe approfondire. Casomai passasse qualcuno interessato se ne potrebbe continuare a parlare.

***

Nessuno può mettere in discussione che l’IT rappresenti un asset strategico per l’università. Da questo punto di vista occorre essere ancora più chiari: solo l’innovazione tecnologica, le economie di scala relative alle risorse tecnologiche e la trasformazione e razionalizzazione dei processi lavorativi (derivati dall’uso delle tecnologie collaborative) saranno in grado di generare effetti virtuosi e di contenimento della spesa.

Portatori di questa responsabilità rischiamo di avere un atteggiamento come dire… troppo “rinascimentale”. Pensare cioè che il nostro scopo sia quello di costruire architetture pulite e funzionanti, il cui nitore e perfezione di per sé razionalizza gli usi e le consuetudini degli utenti. Mi pare che la tecnologia stia andando da tutt’altra parte. Le interfacce si moltiplicano, si perde letteralmente il controllo dei servizi. Gli utenti (nel senso più generale del termine) non sono solo portatori di interesse ma diventano autori essi stessi di applicazioni.
I sistemi – proprio per la loro complessità, hanno bisogno di competenze esterne (outsourcing) e dell’ausilio delle persone (assistenza, customer care, competenze comunicative). Occorre presidiare i territori sociali, sporcarci e confonderci con essi.
Offrire una possibile soluzione e non LA soluzione e riuscire a convivere con quelle che non sono scelte da noi.

I lettori più attenti del blog avranno capito che non stiamo facendo del benaltrismo. Se scorrete questi due anni di conversazioni scoprirete che sono temi che abbiamo affrontato – anche praticamente. E continueremo a farlo: perché necessario e perché utile.

16 commenti
  1. alessandra permalink
    14 febbraio 2011 6:24 pm

    Questo riferimento al benaltrismo è troppo particolare per essere casuale, deduco che leggiamo gli stessi Corsivi..

  2. 14 febbraio 2011 6:51 pm

    La redazione di websapienza è molto attenta all’uso dei neologismi dei suoi autori. Benaltrismo, secondo il Devoto-Oli, è una voce attestata nel linguaggio giornalistico dal 2007, con un significato leggermente diverso: l’atteggiamento di chi elude un problema sostenendo che ce ne sono altri, più gravi, da affrontare.

    Secondo gli Annali del Lessico Contemporaneo Italiano, trovato in rete http://www.maldura.unipd.it/alci/ il termine è del 1995 e ha il significato più vicino a quello inteso nel post: atteggiamento di chi individua l’origine di un problema o le sue possibili soluzioni in qualcos’altro rispetto a ciò che comunemente si crede o a quanto è affermato dall’interlocutore.

    All’autore sfugge il riferimento ai Corsivi ai quali alludi. Ma va bene lo stesso: l’importante è che ci capiamo!

  3. walter permalink*
    14 febbraio 2011 6:53 pm

    mi sembra un’ottima riflessione. Da estendere il più possibile

  4. carnera permalink
    14 febbraio 2011 7:12 pm

    Sarai d’accordo con me Walter, abbiamo ascoltato cose molto interessanti oggi: dalla necessità di una banca dati unica al rapporto con la didattica e la ricerca, dalla necessità di procedure ‘professionali’ (un collega ha detto industriali) al rapporto con gli studenti (stage e contratti). Mi piacerebbe trovare lo spazio di parlare di questo.
    Mancavano (per forza di cose) riflessioni sull’open source, sul rapporto con le ditte esterne, un ragionamento concreto sulla customer satisfaction, un’integrazione reale dell’IT nelle procedure amministrative dell’ateneo eccetera.
    A me sembra che per approfondire il discorso sia necessario avere un atteggiamento più “barocco” perché solo così è possibile affrontare in modo serio tutte le questioni. Il classicismo informatico blocca un po’ i discorsi e rimanda al futuro glorioso delle macchine la soluzione di tutti i problemi. Spero proprio che i colleghi trovino il tempo e la voglia di approfondire.

  5. antonella permalink*
    14 febbraio 2011 8:22 pm

    Spero solo che questa “scienza” venga condivisa anche con i colleghi fuori Infosapienza… cosi’ da istruire un maggiore numero di prossimi utenti esperti delle procedure informatiche della PA.

  6. carnera permalink
    14 febbraio 2011 9:10 pm

    Altro tema importante! Quale rapporto tra i tecnici Infosapienza e gli altri colleghi (sopratutto informatici) che non sono impegnati direttamente nella ricerca ma che svolgono un lavoro di servizio nei dipartimenti, nelle facoltà e nei centri di ricerca. Anche qui Infosapienza deve trovare delle forme di collaborazione – io preferirei parlare di comunità di pratiche. Partendo dal presupposto (provato) che le competenze sono (anche …e qualche volta sopratutto) fuori da infosapienza.

  7. 14 febbraio 2011 9:10 pm

    “Offrire una possibile soluzione e non LA soluzione e riuscire a convivere con quelle che non sono scelte da noi”- è questa una delle affermazioni-chiave di tutto il discorso. L’altra è “architetture pulite e funzionanti, il cui nitore e perfezione di per sé razionalizza gli usi e le consuetudini degli utenti”. L’una si integra con l’altra, per ché NON esistono architetture che DI PER SE’ possano razionalizzare eccetera. Come sempre, motore delle cose non è la macchina ma chi la fa andare. Per cui l’accenno al Rinascimento mi sembra fuori luogo o, almeno, antifrastico: il Rinascimento da sottoscrivere mette al centro l’uomo (se no, che Rinascimento sarebbe?). Ciò detto, non resta che ripetere fino alla nausea e forse inutilmente (perché è un concetto di fronte al quale i più storcono la bocca tacciandolo di retorica) sempre il medesimo concetto: investire in uomini (nel senso di esseri umani…) oltre che investire nelle macchine (arcitetture comprese). Mi sembra, per quel che vedo od ho visto, che è proprio su questa risorsa che la congerie della Sapienza non ha (quasi) mai voluto investire. A quando un servizio HRM degno di questo nome (tanto per cominciare)?

  8. carnera permalink
    14 febbraio 2011 9:34 pm

    Grazie Bingo…lieto di averti con noi!

    I colleghi non saranno d’accordo con me, ma credo che questa razionalizzazione dei costi, l’introduzione di meccanismi di produttività collettiva, la necessità di proporre indicatori validi per l’amministrazione (oltre che per la ricerca e la didattica) potrebbe – alla lunga – introdurre una gestione più efficace del lavoro delle persone. O meglio, credo sia un passaggio obbligato. Ad esempio la questione degli obiettivi e del lavoro di gruppo solleverà, prima o poi, la questione della capacità di gestire i rapporti di lavoro meglio del controllo occhiuto (o del laissez faire – che è lo stesso)

    Per l’analogia con il Rinascimento sono debitore di una riflessione di Claudio Cibora (I labirinti dell’informazione ed. Sellerio 2008). Il professore – scomparso recentemente – proponeva un’analogia con i pittori del rinascimento (p. 27): “Io avanzo l’potesi che il campo dei sistemi informativi, con i suoi schemi razionali per quanto riguarda la conoscenza, i processi decisionali, (…) si basi spesso, su un modello che restringe la scelta ad attori razionalmente idealizzati, proprio come nella pittura rinascimentale”.

  9. alessandra permalink
    14 febbraio 2011 11:19 pm

    mi riferivo a questi corsivi: http://saperi.forumpa.it/story/51311/gli-ostacolisti-di-viterbo-e-la-fiducia-scippata

    Sul merito della questione, che meriterebbe essere approfondita, considerando quanto le nostre attività siano ormai strettamente legate all’IT e alle banche dati da cui poi dobbiamo estrarre indicatori, ritengo che proprio attraverso le nuove tecnologie si potrebbe operare alla riversa, cioè invece che dal centro alla periferia -ossia da infosapienza al resto dei comuni mortali- dalla periferia al centro, raccogliendo quelle esigenze legate all’informatica che i normali impiegati possono segnalare o proporre di implementare.
    Mi piacerebbe sapere nel dettaglio quali saranno le linee di espansione di infosapienza, perchè certamente interesseranno il mio lavoro alla IV Ripartizione, ma mi chiedo, i programmi che segue infosapienza vengono squadernati solo dall’alto, o c’è un seppur minimo margine di proposta dal basso?

  10. carnera permalink
    15 febbraio 2011 6:14 am

    Grazie della segnalazione. Prendo le distanze, un po’ pregiudizialmente, da Mario Cervi, mi riprometto invece, di leggere la relazione di Avallone e magari provare a segnalarla sul blog.

    Il modello dalla ‘periferia al centro’ che proponi e l’idea di raccogliere l’esigenza degli impiegati (ma possiamo estendere il modello ai docenti, alle istituzioni pubbliche, alle aziende, ai singoli cittadini) è un po’ quello che intendo. Forziamo il ragionamento: supponiamo che per motivi diversi (mancanza di risorse, difformità dai progetti di sviluppo, problemi di competenza), l’IT non riesca ad accondiscere alle richieste. Cosa succede? La “periferia’ cerca da se stessa le risorse (in fondo cosa sono le decine di mini applicazioni realizzate dalle facoltà? L’utilizzo di piattaforme 2.0 utilizzate da docenti e impiegati? Le varie applicazioni realizzate con diverse tecnologie?). Un sistema sostenibile fornisce le ‘chiavi’ per interrogare le banche dati, fornisce semplici regole per l’implementazione dei servizi e collabora (non dirige) con la progettazione…

    Rispetto alla questione della pubblicità sulle linee di Infosapienza, spero che siano presto pubblicate. Noi continuaiamo a discuterne qui.

  11. vito antonio permalink
    15 febbraio 2011 6:57 pm

    piattaforme, innovazione, razionalizzazione, spesa, nitore dei dati…; c’è quasi tutto, peccato che manchino le persone con i loro tempi di lavoro e di vita, l’organizzazione e la necessità di una comunicazione puntuale, i processi di motivazione e rimotivazione, la partecipazione attiva e le prospettive di ciascuno, la formazione e la creatività, le gratificazioni e le frustrazioni. In altri termini i capi (si può ancora dire?) si aspettano una dedizione appassionata al lavoro ma non prevedono, per rimanere alla metafora della città ideale, l’esercizio della cittadinanza. Sono solo abituati così o sognano un lavoratore cognitivo che non si pensa?

    In definitiva quello che manca è proprio l’esercizio della cittadinanza. Sarà un caso che l’autore de “la città ideale” è un anonimo?

  12. carnera permalink
    15 febbraio 2011 8:35 pm

    Vitoantonio, mi sfugge una cosa del tuo aulico commento: di cosa abbiamo parlato fino adesso? Hai letto bene quello che ci siamo detti? Con tutte le sfumature possibili tutti abbiamo messo al centro la persona. Il tuo punto di vista è prezioso e aggiunge molto…ma credimi non è per niente necessario metterlo in contrapposizione con un post (e i suoi commenti) che sono tutto meno che tecnici.

  13. Antonella permalink*
    15 febbraio 2011 9:25 pm

    il commento di vitoantonio non sara’ tecnico pero’ ha ragione. Alla fine chi deve lavorare per migliorare (o semplicemente mandare avanti ) le cose e’ sempre un “umano” che se abbandonato nella propria isola senza scambio di comunicazione e conoscenza o senza motivazione alcuna… beh non credo che si spostera’ mai dalla propria sedia per rendersi propositivo e attivo come vorrebbero i capi (se ancora si puo’ dire).
    Manca l’organizzazione, oltre che la voglia.

  14. carnera permalink
    15 febbraio 2011 10:04 pm

    Per favore…leggiamo con attenzione. Vitoantonio ha ragione e siamo d’accordo… il mio appunto riguardava altro dal fatto che non fosse tecnico… Ho solo scritto che la contrapposizione era assolutamente arbitraria e che TUTTI avevano messo al centro la persona. Io preferisco mettere al centro l’utente…ma va bene lo stesso.
    Non è sempre necessario l’artificio retorico di dire le proprie opinioni in contrapposizione a qualcun’altro…integrare un’opinione, aggiungere degli elementi di riflessione è sempre utile…e possibile senza essere obbligati a dire che uno ha torto o a ragione. Mi accorgo che molto spesso non c’è l’abitudine a “capirsi” e a dialogare – mi viene persino il sospetto che non si legga con attenzione tanta l’ansia di dire la propria. Mi domando: possiamo condividere la conoscenza, avere uno scambio di comunicazione senza fare lo sforzo di capire quello che dice l’altro?!….uffa!

  15. alessandra permalink
    16 febbraio 2011 3:08 pm

    “Gli utenti (nel senso più generale del termine) non sono solo portatori di interesse ma diventano autori essi stessi di applicazioni.”
    ma gli operatori dell’amministrazione sono anch’essi utenti?
    Mi permetto di segnalare questa iniziativa:

    NYC – Simplicity Idea Market. Perché i dipendenti pubblici lo sanno meglio. Si susseguono le iniziative di NYC Simplicity, il programma voluto dal sindaco Bloomberg per migliorare la vita nella città di New York, suggerendoci idee da copiare e riportare nelle nostre amministrazioni. l’Idea Market, costruito sulla logica del social media, sottolinea che i dipendenti pubblici sono nodi preziosi della rete: “nessuno meglio di loro sa come migliorare il processo su cui lavorano”.

    http://saperi.forumpa.it/story/51335/nyc-simplicity-idea-market-perche-i-dipendenti-pubblici-lo-sanno-meglio?utm_source=FORUMPANET&utm_medium=2011-02-16

  16. carnera permalink
    16 febbraio 2011 4:03 pm

    L’esempio che citi mi pare si riferisca alla necessità di consentire a tutti gli impiegati di partecipare alla costruzione e ai miglioramenti dei servizi. Da queste parti questo si pratica molto (dalle proposte di linee guida per i servizi web alle analisi sulle mailing list, al progetto di Template della Sapienza)…quindi – come si dice – sfondi una porta aperta.

    Allungo la “biografia” citando un articolo che definisce molto bene la materia (avvertenza: non ci sentiamo Hero…ma un po’ pionieri sì😉 )

    http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-01-27/nuovi-eroi-azienda-065014.shtml?uuid=AavSBI3C&fromSearch#continue

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